"L'Addolorata e il Cristo che porta la Croce" di Angelo Anastasio

Del triduo pasquale, che precede la Domenica di Resurrezione, è il Venerdì Santo, il giorno che di più mobilita le nostre comunità parrocchiali. Nelle tre parrocchie ci si prepara, fin dai giorni precedenti alla Settimana Santa, a ben rappresentare attraverso i riti e le processioni, tramandate di generazione in generazione, il giorno della passione e morte di Gesù.

Dopo aver partecipato, assiepando le chiese, alla celebrazione della Messa in “coena domini”, e dopo aver effettuato la tradizionale visita ai “Sepolcri”, con breve adorazione al Santissimo Sacramento, ci si dispone all’alzata mattiniera del Venerdì Santo, per “esserci” alle sette precise, davanti al sagrato della Chiesa Matrice, quando dal portone principale, preceduta da un corteo di ministranti e figuranti, appare, triste, affranta, implorante e tutta vestita di nero la statua dell’Addolorata. è il volto di una madre sofferente per il dolore, impotente e piangente, che accompagna suo figlio al supplizio e alla morte per crocifissione. Sembra voler chiedere condivisione, sembra voler comunicare che il figlio suo, morirà per noi tutti e Lei a non poterlo impedire. Fiat voluntas Tua! partecipa la folla, tantissima folla, in assoluto silenzio, che segue col volto rigato da qualche lacrima, la “mamma buona” e idealmente ne vive il dolore e gli affanni di Lei. Pochi attimi di sosta sulla soglia del Duomo, giusto il tempo di consentire alla banda di intonare la “settima parola”, con uno struggente “Immenso Iddio tu muori!”, musicata dal maestro polistenese Michele Valensise, motivo che spesso accompagnerà il corteo per tutto il percorso cittadino, e poi la processione si snoda seguendo una rigida disposizione che vige da sempre. Apre, la congrega parrocchiale del Santissimo Sacramento, ma non abbigliata con la tradizionale “divisa”, mantello bianco e rosso e stendardo che richiama l’antichissima fondazione. Solo tuniche, corone spinate e bandiera nera, giusto richiamo alla luttuosa giornata. Seguono, con addosso il camice bianco, legato e stringente con un giro di corda al collo e poi pendente su un fianco, con il capo coperto e sul quale poggia una corona di spine, quale visibile segno di penitenza, gli apostoli che, durante la messa del Giovedì Santo, avevano “subìto” il lavaggio dei piedi.

E poi i soldati giudei, allo stesso modo abbigliati e rigorosamente armati di lancia e frusta a pungolare quell’uomo che aveva osato parlare di giustizia, che aveva accolto i peccatori e che parlava di pace. Affiancano e spingono il Cristo e chi lo aiuta a sostenere la croce, così come avvenne duemila anni fa. Per non dimenticare! Riproponendo il tutto anno dopo anno. Segno di tramando! Un alone di mistero, una rigida segretezza sulla scelta del figurante che deve rappresentare Gesù che porta la croce sulle spalle. Una folta e bionda parrucca e un incidere a piedi scalzi e con la schiena flessa in avanti, impedisce alla gente di individuarne le sue generalità. Si è in attesa a volte anni, per poter avere il “privilegio” di raffigurare il Cristo martoriato. E’ segno di devozione e pietà religiosa . E il suo incidere lento e dolorante è al centro dell’attenzione della gente, mentre lente e tristi marce risuonano per le vie del paese.

E le mamme e i nonni, con sentita pietà religiosa, trasmettono in diretta ai loro bimbi, catapultati giù dal letto di primissima mattina, assonnati ma incuriositi, additando prima il personaggio vestito di rosso e la sua mamma addolorata vestita di nero e poi portando le labbra all’orecchio dei piccoli, rispettando il silenzio assoluto, spiegando loro i motivi per cui i cattivi giudei stavano maltrattando Gesù! E poi le “cadute” di Gesù sotto il peso della Croce in tre punti diversi del paese, Piazza Vara, Ponte Santa Marina, via Girolamo Marafioti, con la folla che si accalca e si apposta ancor prima dell’arrivo del doloroso corteo, per meglio vedere e per poter immortalare con i nuovi strumenti del progresso, cellulari e fotocamere digitali, la “scena” e inviarla magari a parenti e amici lontani. E tra momenti di assoluto silenzio, canti e meditazioni proposte dal parroco, portatore anche lui tra le mani di una nuda croce, la processione penetra nei vicoli del centro storico e anche il tempo sembra voler partecipare al grande dolore, facendosi cupo e imbronciato, così come avvenne quel Venerdì. E quando ormai il paese sembra riprendere la normale attività quotidiana, l’accompagnamento del Cristo che porta la croce si conclude in Chiesa con l’attento ascolto dell’ardente grido di dolore “Immenso Iddio tu muori!”, egregiamente eseguito dal coro polifonico Theotokos e molto ben diretto negli anni dai maestri che si sono succeduti. E ancora una volta la comunità parrocchiale e l’intera comunità cittadina avrà fatto memoria della storia più tragica, ma più santificante dell’umana esistenza. Una madre e un figlio, entrambi testimoni di totale ubbidienza: Fiat voluntas Tua! Non la mia ma la Tua volontà sia fatta! Ma se per un attimo volessimo tornare indietro con la nostra memoria, sentimentalmente forse ci accorgeremmo, che nel tramandare il giorno della “Passione”, c’è qualcosa che sfugge alla riproposizione assoluta, e forse ci manca! Manca il sapore del silenzio tra la notte del Giovedì Santo e l’intera giornata del Venerdì di passione, allora rotto in chiesa e tra le viuzze, solo dallo stridulo rumore del “carici”, (gioiello di tecnica artigianale) nello stesso tempo comunque atteso, gradevole e dolce. C’è invece un roboante frastuono di macchine, forse sgarbato e indelicato per la giornata, una frenetica mobilità e una distratta attenzione. Ci sarà spazio per la riflessione?

 
di Angelo Anastasio, tratto dal Mensile "L'Agorà Polistenese" disponibile sul sito www.duomopolistena.it